• Opinioni

Clubhouse, i dubbi sul social network del momento

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Nicola, Antonio, Raffaele e altri 2

Nel 2009 Google lanciò Wave, uno strumento di messaggistica e social collaboration che irruppe prepotentemente nel panorama dei social di allora. I primi inviti furono riservati a una cerchia di early adopter esclusivi, ci finii in mezzo grazie ad alcune conoscenze, iniziammo ad utilizzarlo come indefessi. Non lo capivamo del tutto ma ce lo facemmo piacere. Facebook non aveva ancora raggiunto le attuali dimensioni, ma già a quel tempo veniva considerato il social per antonomasia. Nel giro di pochi mesi, passato l’entusiasmo iniziale, più utilizzavamo Wave, più ce ne disinnamoravamo. Ad agosto 2010 Google annunciò lo stop con una laconica dichiarazione: non è andata come speravamo 1.

Con Clubhouse mi pare di rivivere una storia simile, a partire dall’entusiasmo sfrenato dei più per una nuova (un’altra…) piattaforma imposta agli utenti a suon di quattrini spesi in pubblicazioni agiografiche sulle maggiori riviste tecnologiche e su tutti i quotidiani. Il meccanismo ad inviti, spacciato come esigenza tecnica per contenere la crescita nella fase iniziale, contribuisce a istillare il senso di esclusività a chi ne fa parte, ma è davvero così?

Siamo sempre gli stessi, rimbalziamo tra Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp, TikTok e adesso Clubhouse. Produciamo, o forse sarebbe meglio dire “abbiamo l’impressione di produrre”, contenuti di un qualche valore quando invece generiamo soltanto effimero rumore che si perde nell’istantaneità delle miliardi di conversazioni che affollano i social. Siamo un po’ prigionieri inconsapevoli di queste gabbie che solleticano il nostro bisogno di essere ascoltati, ma che indietro ritornando molto poco.

Clubhouse non è un posto migliore di tanti altri, così come i più lo vanno dipingendo. È solo un’altra illusione dove noi siamo il prodotto finale e dove la morale è sempre la stessa: non siamo noi a utilizzare la piattaforma per divertimento ma è la piattaforma ad a utilizzare noi per far soldi. Almeno, finché durerà.


  1. HBR, Google Wave decision shows Strong Innovation Management. 
  • Blog

Sul senso di una community

I limiti delle piattaforme sociali e una possibile nuova era per i blog basati sul paradigma delle small community.

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Giacomo, Antonio, Nicola e altri 9

Quando alla fine dello scorso dicembre ho pubblicato Interrupt, da tempo, mi ero fatto un’idea: qualunque fosse stato il suo indirizzo, avrei dovuto attrezzare questo sito con uno strato di funzionalità sociali per favorire le discussioni e le interazioni tra gli utenti. L’obiettivo che mi sono prefissato per il 2021 non è soltanto quello di avviare un nuovo blog ma anche di fondare le basi per lo sviluppo di una sua community.

  • Stati Uniti

Il ruolo dei social network negli scontri di Washington

Facebook, Twitter YouTube hanno bloccato gli account di Trump dopo alcuni messaggi che hanno fomentato le violenze di Washington: ma non possono sottrarsi dalle loro colpe.

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Facebook, Twitter e YouTube hanno bloccato i rispettivi account di Donald Trump dopo alcuni messaggi pubblicati dal presidente uscente che hanno contribuito ad alimentare le violenze1 infiammate ieri nella capitale Washington, causando la morte di quattro persone2. Alcune ore dopo l’incursione dei sostenitori di Trump dentro al Campidoglio, il Congresso ha confermato3 la vittoria di Joe Biden ma la situazione resta ancora tesa.

  • Guerra tra titani

I motivi per cui Apple non ha comprato Tesla

Nel periodo più cupo, Elon Musk provò a contattare Tim Cook per valutare la possibilità di cedere Tesla ad Apple. Cook rifiutò di vederlo.

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Il 22 dicembre dall’account Twitter di Elon Musk è partito questo tweet, rimbalzato in poche ore un po’ ovunque:

During the darkest days of the Model 3 program, I reached out to Tim Cook to discuss the possibility of Apple acquiring Tesla (for 1/10 of our current value). He refused to take the meeting.
Elon Musk

L’episodio risale al 2017, quando gli ingranaggi di Tesla non giravano benissimo1: gli impianti erano afflitti da significativi problemi alle linee produttive e le perdite nette totalizzate nell’anno avevano raggiunto quota 2,24 miliardi. In un mezzo vicolo cieco, Musk provò a sondare la possibilità di cedere il controllo di Tesla a Apple, chiese un incontro con Tim Cook ma lui, sembrerebbe, non l’ha nemmeno voluto vedere. È una storia tutta da verificare (Apple ha evitato qualsiasi commento) pubblicata da Musk come una risposta indiretta a un articolo2 di Reuters dedicato al Project Titan di Cupertino che, secondo alcune fonti interne, starebbe per traguardare alla produzione di un veicolo elettrico con un’innovativa tecnologia proprietaria di batterie entro il 2024 o, più realisticamente, entro il 20283 (anche se secondo alcuni, potremmo intravedere qualcosa entro la fine del 2025).

I primi rumors sul Project Titan risalgono al 2014 e col tempo, da semplici speculazioni ordinarie, si sono trasformati in una certezza dai contorni però ancora poco chiari. Apple ha l’abitudine di annunciare un nuovo prodotto solo quando la tecnologia è matura e pronta per il mercato di massa (a parte qualche scivolone4), mentre sui progetti in via di sviluppo mantiene la segretezza più assoluta. Ecco perché, per ora, non è ancora chiaro se lo sforzo di Cupertino sia rivolto a produrre un veicolo o a puntare su una nuova tecnologia di batterie capace di ridurre drasticamente il loro costo e l’autonomia di percorrenza delle autovetture o ancora a sviluppare un ecosistema software integrato con i suoi dispositivi, destinato ai modelli delle varie case automobilistiche. Considerando che il marchio Apple si rivolge prevalentemente al segmento consumer, nel prossimo futuro è abbastanza realistico puntare allo sdoganamento di una Apple Car, piuttosto che a componenti destinati all’alimentazione delle catene logistiche di altri produttori.

Mettendo da parte qualsiasi speculazione sulla vicenda, qualora l’uscita di Musk venisse confermata, è interessante capire le motivazioni di Tim Cook a rifiutare l’incontro e l’ipotetico acquisto, lasciandosi sfuggire un’affare che in tre anni ha capitalizzato la mostruosa cifra di 700 miliardi di dollari. Al di là della cautela di Cook, uomo dal basso profilo in termini di esposizione mediatica, nei confronti di un tipo eccentrico come Musk, la cui esuberanza avrebbe potuto riflettersi negativamente sul brand di Apple, a fornire alcuni spunti interessanti è Neil Cybart5, citato in una recente uscita di The Hustle. Secondo Cybart ci sarebbero tre componenti che Apple non considera quando valuta un’acquisizione. Il primo è il brand: Apple è già il marchio più forte al mondo e non ha bisogno di acquisirne uno per rafforzare il suo posizionamento, nemmeno di un nome come Tesla che traina un significativo appeal nei confronti del mercato. Nelle sue acquisizioni, Apple mira ad incorporare competenze e i talenti. Secondo, i ricavi. Nel 2020 Apple ha totalizzato 274,5 miliardi6 di dollari di ricavi, in aumento del 5,51% rispetto al 2019. Nel terzo trimestre del 2020, il tasso di liquidità corrente della società, calcolato come il rapporto tra attività e passività correnti era dell’1,36. Le attività correnti ammontavano a 143.7 miliardi di dollari contro 105,3 di passività. In definitiva, quindi, i soldi non sono un problema. Terzo: la user base. Apple ha più di un miliardo di clienti in tutto il mondo che acquistano regolarmente qualsiasi cosa immetta sul mercato per la riconoscibilità e l’esperienza d’uso dei suo prodotti. Nessun altro può vantare la stessa venerazione incondizionata da parte dei propri clienti: non ha alcun bisogno di portarsi in casa qualcuno che non è al suo passo. E poi perché mai dovrebbe far passare il messaggio poco gratificante riguardo a un’ipotetica Apple Car nata dal lavoro svolto negli ultimi dieci anni dagli ingegneri di Tesla piuttosto che internamente dai suoi laboratori? L’hanno battezzato Project Titan perché richiede appunto uno sforzo titanico per arrivare a un risultato epocale che Apple non è disposta a condividere con nessuno. Figuriamoci con uno scapestrato come Musk, pronto a rivendicare in qualsiasi occasione il suo ruolo nel successo di un’ipotetica iCar di derivazione ibrida, con un DNA ereditato da Tesla.

Quella dell’iCar è una partita che Apple pretende di giocare da sola ma bisognerà attendere per vedere un risultato concreto. Il mercato non è ancora pronto per assorbire un veicolo che riscontri una larga adozione di massa a causa dei limiti oggettivi legati alla contenuta diffusione della rete di ricarica nei vari paesi, all’affidabilità della tecnologia e, non da ultimo, alle considerazioni sulla fascia di prezzo. Tim Cook si muove con cautela, aspetta il momento opportuno, non può permettersi passi falsi. È consapevole del fatto che Apple, giocando fino in fondo questa partita, rivoluzionerà per sempre l’industria dell’automotive come ha fatto in passato per i personal computer, l’industria discografica, cinematografica, gli smartphone e i tablet. Non ha bisogno di condividere il merito di questo risultato con nessun altro.


  1. Observer, Back on Earth, Tesla has real business problems to deal with (2018). The electric car maker posted the largest ever quarterly loss of $770 million for the three months ending on December 31, 2017. Total loss for fiscal 2017 was $2.24 billion, almost tripling the loss in 2016. 
  2. Reuters, Apple Inc is moving forward with self-driving car technology and is targeting 2024 to produce a passenger vehicle that could include its own breakthrough battery technology, people familiar with the matter told Reuters. 
  3. 9TO5Mac, Kuo: Market ‘too bullish’ on Apple Car, launch could be 2028 or later. 
  4. Thurrott, Apple’s HomePod is a failure (2019). 
  5. Above Avalon, The number of signs pointing to Apple expanding Project Titan initiatives in recent months is on the rise. 
  6. MacroTrends, Apple annual/quarterly revenue history and growth rate from 2006 to 2020. 
  • Cashback

IO app: i problemi dell’infrastruttura digitale italiana

Il flop dell’app IO è solo l’ultimo di tanti problemi che minano la fiducia dei cittadini sulla digitalizzazione del paese.

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Ho installato l’app IO a fine aprile 2020. L’ho adoperata solo per il pagamento del bollo auto e per scaricare i certificati di proprietà delle vetture, considerando i pochi servizi disponibili al momento del lancio. Da un utilizzo superficiale, l’ho trovata potenzialmente utile e tutto sommato ben concepita. Poi l’ho dimenticata.

All’inizio dell’autunno sugli organi di stampa si comincia a parlare dell’introduzione di un piano di caschback: i dettagli sono ancora fumosi a parte la data di introduzione, prevista a partire dalla fine dell’anno. Mi appunto la nota sull’agenda, dovrò ricordarmene, penso.

Martedì 2 dicembre, di prima mattina, apro l’app e provo ad aggiornare i dati della nuova carta di credito nella sezione portafoglio. Inserisco le informazioni ma quando provo a salvarle mi compare un messaggio: ”c’è un errore temporaneo”. Voglio arrivare in tempo all’appuntamento col cashback, perciò contatto l’help-desk, segnalando il problema. Quasi istantaneamente mi arriva una notifica: ”stiamo riscontrando alcuni malfunzionamenti con la sezione portafoglio, ti informeremo quando tutto tornerà alla normalità”. Ha tutta l’aria di un messaggio automatico, perciò immagino si tratti di un fault diffuso ma dal tenore del messaggio in via di risoluzione. Un paio di giorni dopo mi arriva una nuova notifica: ”abbiamo aggiornato l’app, puoi aggiornare la sezione portafoglio”. Inserisco i dati della carta di credito, attivo l’opzione cashback e tutto fila liscio.

Credo di essere stato uno dei pochi fortunati a completare l’operazione in anticipo. A ridosso dell’avvio del programma, previsto l’8 dicembre, tra lunedì 7 e mercoledì 9, sui social si scatena l’inferno. L’app non funziona, è impossibile registrare i metodi di pagamento e attivare l’opzione del cashback. L’ondata della polemica monta, diventa uno tsunami, la dimensione del problema fa tornare alla memoria il data breach del sito dell’INPS di inizio aprile.

Al momento in cui scrivo, 9 dicembre alle 18:00 circa, è tutto ancora al palo, impossibile completare l’aggiornamento dei metodi di pagamento.

Dobbiamo dircelo con molta sincerità: abbiamo un problema di qualche tipo coi servizi dell’infrastruttura digitale del paese se ogni volta, in occasioni simili, accadono puntualmente fatti del genere. Compromettono inevitabilmente l’immagine del lavoro svolto da tanti seri professionisti e minano la fiducia dei cittadini verso la capacità del pubblico di tenere il passo con le sfide che l’ammodernamento del paese impone. Questo non è accettabile da tutti e due i fronti.

Però.

Non voglio sembrare indulgente ma non voglio nemmeno essere distruttivo e riottoso, lasciandomi trascinare dai tumultuosi fiumi di veleno che scorrono inevitabilmente in queste ore sui social. Perciò, non fraintendetemi e cercate di venirmi dietro nel ragionamento. Queste cose succedono e succedono più frequentemente di quanto non si immagini. Chiunque abbia un minimo di familiarità con la materia sa bene che se c’è un momento in cui tutto può andar storto è proprio quando la macchina viene avviata, quando entrata in produzione un nuovo servizio, un modulo di un ERP, un sito di e-commerce.
Sarebbe meglio che non succedesse, certo. Ma accade puntualmente, con spietata puntualità.

Degli errori siamo portati d’istinto ad additarne i colpevoli piuttosto di comprenderne le cause con la pacatezza che la ragione imporrebbe. È realistico ritenere che, al più, nel giro di qualche giorno le cose torneranno a funzionare a dovere, nel quadro del complesso sistema che sottende l’intera infrastruttura. Tuttavia noto che sempre più spesso, questo pensiero di buonsenso si infrange contro il muro di un’insofferenza latente, alimentata da una narrazione mainstream che viaggia alla velocità della luce sui social. Vogliamo tutto e subito, l’immediatezza di internet ci ha abituato così, e non siamo disposti a tollerare ritardi o problemi. Il risultato? Accuse, violenze verbali, becere ironie, tutto il peggiore bestiario a cui i social ci hanno ormai abituati.

L’Agenzia per l’Italia Digitale è nata nel 2012 sotto la spinta del governo Monti. A quell’epoca l’abbiamo criticata tutti, perché sembrava la solita espressione di autoreferenzialità della politica dell’epoca. In otto anni ha fatto un mezzo miracolo, gli va riconosciuto a pieno titolo. Ha ammodernato le infrastrutture del paese, ha introdotto servizi utili ai cittadini fruibili digitalmente attraverso l’identità digitale, ha avviato una massiccia campagna sugli open data, sta evolvendo il modello dei servizi della sanità pubblica verso un moderno approccio basato sulla digitalizzazione e tanto ancora. Forse queste iniziative non significheranno molto e non saranno sufficienti a sopire gli istinti riottosi dei singoli ma rappresentano un indubbio valore tangibile per tutto il paese. Ci vorrà tempo per perfezionare l’intero environment ma il risultato, ad oggi, non può essere derubricato immotivatamente al disastro totale come tanti lo vanno definendo.

Le polemiche montate in queste ore, seppur comprensibili, stanno travalicando un sano equilibrio di giudizio. Ho assistito a scomposti intenti moralizzatori del tutto inopportuni e fuoriluogo: che irresponsabili questi italiani — sostengono, — non scaricano Immuni, però scaricano IO per ottenere il caschback, a dimostrazione del fatto che la vita delle persone, per loro, non vale più di 150 miseri euro!

A livello epidermico, per piacere, non diciamo sciocchezze: gli italiani sono ben altro. Nel merito, invece, da utente di Immuni della prima ora e da fermo sostenitore della valenza civica dell’iniziativa dico: non è un accostamento che tiene, sono due piani totalmente differenti e non sovrapponibili. Eppure questo genere di affermazioni, infarcite di retorica, attecchiscono come benzina nell’infuocare gli animi dei guerriglieri da tastiera con il risultato che tutti conosciamo: né aggiungono valore costruttivo, né risolvono i problemi. Esasperano solo gli animi in un momento nel quale forse dovremmo sforzarci tutti nel rimanere coi nervi saldi, per non far ribaltare la barca in cui siamo considerando che le acque sono già abbastanza agitate.

Ripeto quello che ho già detto e scritto su Facebook. Perché Immuni è stato un flop?

Primo: la campagna di comunicazione che ha accompagnato il lancio dell’app è stata costellata da una serie di errori grossolani che ne hanno minato la credibilità fin dall’inizio. I giornali e i blog non si sono risparmiati nel mettere in dubbio non solo la sua efficacia ma anche a tirare in ballo presunti problemi sulla privacy che hanno inevitabilmente inciso sul basso tasso di adozione da parte a livello nazionale. Secondo, una questione terra terra, alla quale forse nessuno ha pensato ma comunque non secondaria: presentandola come un app per il “tracciamento” dei contagi era lecito immaginare che qualche perplessità sul termine “tracciamento”, specialmente alla fascia di utenti digitalmente meno evoluta, l’avrebbe suscitata. Terzo: secondo la Commissione Europea, in tema digitalizzazione, l’Italia si colloca al 25° posto (ovvero quartultima) nella classifica dell’indice DESI e molto al di sotto della media degli altri paesi perciò, una certa riluttanza nell’adozione di Immuni non dico vada giustificata ma quantomeno compresa nel quadro più generale.

Faccio poi una considerazione sulla connotazione di colore che riguarda i “miseri 150 euro”, come in tanti li hanno definiti: rappresentano la spesa alimentare media di una settimana di una famiglia di quattro persone. E sinceramente, considerando la critica situazione del lavoro indotta dagli effetti della pandemia, non mi sento di criticare o giudicare chi, con i legittimi strumenti messi a disposizione dal governo ne vuole usufruire.

Concludo: “la cosa pubblica” deve funzionare e non può permettersi certi clamorosi errori ma il grado di una società civile, nel suo complesso, si misura anche nel modo in cui reagisce a episodi del genere: dovremmo sostenere, invece picchiamo duro, più duro, vogliamo vedere scorrere il sangue. È comprensibile, perché è più facile così che non farsi carico dei problemi. Ma non è un bel modo e non è nemmeno una grande prova di maturità da parte di nessuno di noi.

Voglio dargli un’opportunità, dovremmo dargliela tutti quanti, perché è giusto così ed è nell’interesse di tutti. Senza escludere che quando tutto funzionerà a dovere e a regime, il cashback farà comodo: anche a quelli che oggi saltano sulle barricate, inveendo contro quei miseri 150 euro.

Lo so, il titolo premetteva altro, ma lasciatemi la libertà di questa piccola divagazione sulla licenza letteraria.

  • Dispositivi

Riguardo al Kindle Oasis

In sconto i dispositivi Kindle di Amazon: per gli amanti della lettura, un regalo che apprezzeranno di sicuro!

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Quasi sei anni fa quando è nato mio figlio ho comprato il mio primo Kindle. Era una versione base, in promozione da Mediaworld a una quarantina di euro. Mi sono detto, proviamo, l’investimento è contenuto e se non riuscissi a staccarmi dalla carta, pazienza, lo regalerò a qualcuno.

Mi è sempre piaciuto leggere tuttavia, in quel periodo, non avevo tempo per farlo. Mi avevano parlato bene del dispositivo ed effettivamente ne ho apprezzato subito la praticità. Leggevo di notte, con il Kindle in una mano e l’altra impegnata a cullare il piccolo che non ne voleva sapere di dormire. Avevo preso in un duty free dell’aeroporto una lampadina portatile della Moleskine per vederci al buio che tenevo agganciata con una specie di molletta alla parte superiore dello schermo. Visto che non era granché comodo come metodo sono passato appena poche settimane dopo al Paperwhite, con lo schermo retroilluminato, e appena uscito, al Kindle Oasis. Lo utilizzo ancora ed è stato nel tempo uno degli acquisti migliori che abbia mai fatto.

Non so come spiegarlo a chi non ha mai provato a leggerci sopra: i Kindle sono una specie di droga. Ti invogliano a leggere in continuazione un libro dopo l’altro come quando su Netflix ti fissi con una serie e non vedi l’ora di andare all’episodio successivo. Ecco, se volete fare un bel regalo di Natale a chi ama leggere, oggi il nuovo Kindle Oasis1 lo trovate in sconto a 204,99 euro. Sono scontati anche il Kindle in versione base e il riuscitissimo Paperwhite, rispettivamente a 69,99 e 114,99 euro. Fateci un pensiero.


  1. Il Kindle Oasis presente nella foto è la versione del 2107, quella precedente all’attuale. 
  • Opinioni

Il Sottosopra

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C’è una brutta narrazione in corso sul caso Genovese e sulla ragazza di 18 anni che, stando a quello che riportano gli organi di stampa (cito letteralmente il Corriere della Sera) “è stata sequestrata e violentata per una notte dall’imprenditore arrestato a Milano il 7 novembre”.

Non riguarda tanto il tono di dissonante incredulità con cui certa stampa ha pennellato le “genialità” di Genovese rispetto all’inqualificabile gesto che avrebbe compiuto ma perlopiù il solito rapporto causa-effetto che si pone a giustificazione di tali abominevoli fatti.
In altre parole, siccome la ragazza sapeva in che giro si stava immischiando, avrebbe dovuto porre più attenzione – lei – a certe frequentazioni e se è successo quello che è successo – ahimè – è anche colpa sua. È un po’ come sostenere che se te ne vai per fatti tuoi in autostrada e un ubriaco ti viene addosso e ti manda al creatore, un po’ è pure colpa tua: potevi startene a casa, dopotutto.

E poi, scusate: di che giro stiamo parlando? A leggere tutto quello che è stato scritto era un giro di “bella gente”, di “geni”, di individui socialmente accreditati e di successo, con attico vista Duomo, mica un circolo della diseredata periferia frequentato da balordi figli di buona donna!

Starà alla magistratura stabilire le colpe, resta pur sempre il fatto che si dovrebbe smetterla di mezzo-colpevolizzare chi subisce violenza perché non si può giustificare in alcun modo chi la esercita approfittando delle debolezze e della fragilità delle proprie vittime.

  • Crisi economica

Una nuova normalità

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La signora alla cassa batte lo scontrino e mi avvicina il lettore contactless. Il bip conferma che il pagamento è andato a buon fine. Ritiro il telefono e la ringrazio e faccio per uscire.
— Ci vediamo la settimana prossima, — dico. — Domani sono in Smart.
— Speriamo di arrivarci, — risponde avvilita. — Non passa più nessuno.
— Io ogni tanto passo, — dico. — Ce la faremo.
Lei abbozza un sorriso e fa di sì con la testa ma è come se dicesse di no e aggiunge: — lo sai che mi fa arrabbiare?
— Questo maledetto virus?
— No, per niente. Sto realizzando che forse è meglio così. Tanto i soldi non si vedevano prima e non si vedono nemmeno adesso. Anzi, trovo assurdo che dopo dieci anni di austerity oggi si trovino talmente tante risorse per dare soldi a chiunque e puntellare alla bene e meglio questo disastro. In questi anni ci hanno spolpato, si sono ripresi tutto, tasse, vita, serenità, non sai i sacrifici passati qui dentro, i pensieri, il sonno tolto la notte, le liti con mio marito. Tutto sommato, adesso non è tanto diverso da quello che era. Però se prima il pensiero della chiusura mi terrorizzava, oggi è quasi una liberazione.
Restiamo zitti tutti e due per un po’ a guardare le piastrelle irregolari del pavimento.
— Ce la faremo, — dice a un tratto, in automatico, senza guardarmi.
— Ce la faremo, — le faccio eco io con la voce stentata. Ma stavolta sono io che faccio di sì con la testa, senza esserne minimamente convinto.

Il crepuscolo di Immuni

Il sistema sarà anche disponibile entro fine mese sulla release 6.0 di Android.

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Alla fine, basterà la mossa di oggi di Apple e Google a placare una volta per tutte le polemiche sulla sfortunata app di tracciamento Immuni, semplicemente rendendola obsoleta. I due colossi tecnologici stanno distribuendo un nuovo framework per supportare i vari paesi a implementare le proprie applicazioni di tracciamento dei contatti per contenere la diffusione delle infezioni da Covid-19. Sviluppato come estensione più semplice e più veloce del precedente sistema lanciato ad aprile, il nuovo framework consentirà alle autorità sanitarie pubbliche di evitare il più ostico lavoro di sviluppo di un’applicazione autonoma: basterà semplicemente configurarlo sulla base delle esigenze di ogni singolo paese. In altri termini, l’applicazione sarà già integrata all’interno dei nostri telefoni, con buona pace di tutti.

As the next step in our work with public health authorities on Exposure Notifications, we are making it easier and faster for them to use the Exposure Notifications System without the need for them to build and maintain an app.

In termini semplificati, il sistema di notifica all’esposizione utilizza il segnale Bluetooth degli smartphone per determinare la vicinanza e la durata della prossimità di due telefoni, senza raccogliere la posizione o identificare gli utenti a cui essi appartengono. L’aggiornamento è già disponibile nella release 13.7 di iOS appena rilasciata mentre sarà per i dispositivi Android dovrebbe arrivare entro fine mese.

Le applicazioni di tracciamento esistenti non saranno interessate dal nuovo framework che non impedirà comunque ai singoli paesi di lanciare in futuro applicazioni custom anche se, forse in questo scenario, servirebbero a poco. L’introduzione del sistema segnerà probabilmente una più diffusa capacità di monitoraggio e la fine delle poco amate app di tracciamento la cui adozione in Europa è stata un mezzo flop. La possibilità infatti di accedere direttamente alla funzionalità di tracciamento, senza dover scaricare un’applicazione, incrementerà il tasso di adozione e la relativa l’efficacia in quanto, per funzionare al meglio, questo sistema necessita di un gran numero di persone che lo utilizzano. Un recente studio dell’Università di Oxford ha rivalutato e abbassato la stima sul numero di persone che dovrebbero utilizzare il sistema di notifiche dell’esposizione per renderlo efficace: circa il 15% contro il 60% di un precedente studio.

Da leggere

  • Covid-19

Una buona scusa

Le grandi aziende tech rivedono le priorità dopo il coronavirus: licenziamenti, riduzione delle facility e lavoro da casa per i dipendenti.

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Leggevo sul San Francisco Chronicle che tra le numerose aziende che stanno ripensando le modalità di lavoro a distanza c’è Pinterest. La società ha recentemente annullato il contratto di locazione di 490mila metri quadri nell’edificio in costruzione 88 Bluxome di San Francisco1. La società ha sborsato una penale di 89,5 milioni di dollari per recedere dagli accordi del progetto i cui obblighi complessivi si sarebbero aggirati intorno ai 440 milioni.

Todd Morgenfeld, l’amministratore delegato della società ha dichiarato:

As we analyze how our workplace will change in a post-COVID world, we are specifically rethinking where future employees could be based. A more distributed workforce will give us the opportunity to hire people from a wider range of backgrounds and experiences.
Todd Morgenfeld, CEO di Pinterest

Nel secondo trimestre del 2020, Pinterest (2.400 dipendenti a livello globale e 416 milioni di utenti) ha registrato 272 milioni di dollari di ricavi, con un incremento pari al 4% rispetto allo stesso periodo del 2019, e una crescita del 39% della sua user-base. Tuttavia, la società stenta a generare profitti: il trimestre aprile-giugno si è concluso con una perdita netta di 100,7 milioni e nei trimestri precedenti non è andata meglio:

quarterrevenuenet loss
Q2 20$ 272,49$ -100,75
Q1 20271,94-141,20
Q4 19399,90-35,72
Q3 19279,70-124,73
Q2 19261,25-1.159,5
Q1 19201,91-41,42
Pinterest, serie storica dei ricavi e delle perdite nette nei primi due trimestri del 2020 e nei trimestri del 2019. Valori in milioni di dollari.

Considerando il livello di incertezza derivante dallo stato dell’economia globale, molte aziende hanno avviato dei piani strutturali di contrazione dei costi fissi, non solo attraverso numerosi licenziamenti, ma anche valutando la possibilità di ridurre o in qualche caso addirittura azzerare i costi delle facility.

Questa tendenza si sta rapidamente diffondendo nella Bay Area dove la pandemia ha provocato un vero e proprio terremoto nel tessuto sociale ed economico della zona. In tre mesi sono evaporati 136mila posti di lavoro: i settori dell’accomodation, della ristorazione e quello immobiliare risultano i più duramente colpiti ma anche le aziende tecnologiche non sono rimaste immuni dall’emorragia di posti di lavoro, con decine di migliaia di licenziamenti avvenuti tra marzo e giugno.

Twitter consentirà a tutti i dipendenti che lo desiderano di lavorare in Smart Working per sempre.

Mark Zuckerberg a maggio ha annunciato che nel giro di 10 anni, più della metà dei dipendenti di Facebook lavoreranno in Smart Working: stiamo parlando di circa 24mila dipendenti sui 48mila della società, distribuiti in 70 uffici a livello globale. In un’intervista su The Verge, il CEO di Facebook ha detto:

We’re going to be the most forward-leaning company on remote work at our scale. We need to do this in a way that’s thoughtful and responsible, so we’re going to do this in a measured way. But I think that it’s possible that over the next five to 10 years — maybe closer to 10 than five, but somewhere in that range — I think we could get to about half of the company working remotely permanently.
Mark Zuckerberg

In questo caso il Covid-19 c’entra poco e niente: Facebook, infatti è più in salute che mai. Nel secondo trimestre del 2020 ha registrato 18,3 miliardi di dollari di ricavi, con un reddito netto di 5,1 miliardi e cioè rispettivamente pari a +10% e +98% se si confrontano i valori con quelli dello stesso periodo del 2019. Ma Facebook non è la sola società in questa situazione, tanto che il sospetto che la pandemia sia una scusa perfetta per le aziende per mettere in atto piani di revisione dei costi, senza ledere le proprie immagini pubbliche, diventa una sorta di tarlo ricorrente.

Nonostante lo scenario economico sia quello che è, c’è però una buona notizia: a luglio il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti è sceso al 10,2% rispetto all’11,1% di giugno. È un segnale incoraggiante che apre uno spiraglio di ottimismo dopo i tragici numeri registrati tra marzo e maggio di quest’anno.

Da noi la situazione è più delicata. Secondo un recente studio di McKinsey a causa del prolungarsi degli effetti della pandemia, in Europa sarebbero a rischio 59 milioni di posti di lavoro. Speriamo bene, ma l’aria non è buona.

Vi segnalo questa infografica sulla magnitudine dei licenziamenti delle maggiori startup tecnologiche a causa degli effetti del Covid-19 pubblicata su Visual Capitalist.


  1. San Francisco Chronicle, Pinterest cancels huge SF office lease in unbuilt project, citing work-from-home shift.