• Insider

Apple è al lavoro su un visore VR e sulla prima generazione di occhiali per la realtà aumentata

Il primo sarà un prodotto di nicchia destinato probabilmente agli sviluppatori che aprirà la strada ai futuri occhiali per la realtà aumentata destinati al mercato consumer.

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Antonio, piraflappy, Giacomo e un altro

Portano i nomi in codice N301 e N421: il primo è un prototipo in fase avanzata non ancora giunto allo stadio finale dello sviluppo, quello per intenderci propedeutico al via libera alla commercializzazione; il secondo, invece è ancora in una fase embrionale, nota come architecture, quella dedicata alla definizione delle tecnologie alla base del suo futuro sviluppo. Sono i precursori dei prossimi dispositivi a cui sta lavorando Apple, rispettivamente un visore di nicchia di fascia alta, destinato agli sviluppatori, e i futuri occhiali per la realtà aumentata destinati al mercato di massa. Lo riporta Bloomberg1 citando delle fonti with knowledge of matter, in altre parole insider molto bene informati sulla questione. A giudicare dai dettagli e dalla risonanza che sta avendo la notizia, c’è da aspettarsi che sia più che verosimile.

Oggi il mercato dei visori è una partita a due, tra Facebook e Sony che detengono rispettivamente il 38,7% e il 21,9% delle quote di mercato. Apple, potrebbe stravolgere tutto, come ha fatto con l’iPhone e l’iPad per gli smartphone e i tablet.

vendormarket share
Facebook38,7%
Sony21,9%
DPVR8,9%
Pico9,2%
HTC4,9%
Altri16,3%
Fonte IDC, quote di mercato basate sui volumi di vendita del secondo trimestre del 2020.

Tornando all’N301, costerà un bel po’, più degli omologhi rivali che oggi si aggirano in una forbice di prezzo tra i 300 e i 900 dollari sul mercato americano (Oculus, PlayStation VR e gli Handset di HTC). Inoltre ci saranno dei limiti alla sua diffusione: i negozi fisici non ne potranno vendere più di uno al giorno. Se si escludono le catene di reseller, considerando i circa 500 Apple Store presenti su scala globale, stiamo parlando di non più di 180mila unità vendute all’anno. Non è chiaro al momento se saranno resi disponibili anche su altri canali di vendita, comunque sia pare appurato che il modello N301 non sarebbe pensato per il mercato di massa, a differenza dell’N421.

Ci sarebbero tuttavia alcuni problemi ancora da risolvere: il dispositivo pare sia troppo pesante, tanto da poter provocare un affaticamento alla base del collo se indossato per lunghi periodi. La buona notizia è che gli utenti con problemi di vista potranno inserire al loro interno delle lenti, fornite — a quanto pare — direttamente da Apple, con modalità ancora tutte da chiarire considerando gli adeguamenti necessari alla normativa medica sulla materia dei vari paesi. Pare inoltre che i piani iniziali di Apple fossero quelli di dotare il visore con un processore meno potente, per alleggerirli, rendendo necessaria una connessione a un qualche tipo di hub domestico via wi-fi. Sembra però che l’idea non piacesse affatto a Jonhy Ive, allora a capo del team di design, ed è stata del tutto abbandonata a favore di un dispositivo completamente autonomo.

Ultima nota di colore, per così dire: il prezzo. Considerando la tendenza al rialzo del price tag dei suoi prodotti, Apple potrebbe commercializzare il dispositivo finale, quello destinato al mercato di massa, partendo da un segmento base non proprio accessibile a tutti. Se prendiamo a riferimento il costo degli HoloLens di Microsoft, che viaggiano sui 3.500 dollari, possiamo farci una certa idea. Di sicuro rappresenteranno uno shock per il mercato e diventeranno un dispositivo desiderato dai più come lo fu l’iPhone e l’iPad. Non faranno la fine indecorosa dei Google Glass e non saranno relegati a un prodotto marginale come gli attuali concorrenti. Non li vedremo, realisticamente, prima della fine del 2022, bisognerà aspettare.


Altri collegamenti

9to5Mac, Apple Terminal, AppleInsider, Ars Technica, BGR, Business Insider, CNET, Cult of Mac, Developer Tech News, Engadget, Gizmodo, IGN, iMore, Input, iPhone in Canada Blog, KnowTechie, Laptop Mag, Light Reading, MacRumors, Macworld, MakeUseOf, Neowin, Patently Apple, phonearena.com, Pocketnow, Redmond Pie, Road to VR, SiliconANGLE, SlashGear, TechCrunch, TechSpot, The Mac Observer, The Verge, Tom’s Guide, Trusted Reviews, UploadVR, USA Today, VentureBeat, VRFocus, Wccftech e WinBuzzer.


  1. Bloomberg, Apple’s first headset to be niche precursor to eventual AR glasses. 
  • Stato della tecnologia

I ritardi nello sviluppo delle auto a guida autonoma tra molti annunci e poche certezze

Avrebbero dovuto percorrere le strade delle nostre città già nel 2020 ma la realtà è che la tecnologia non è matura e non lo sarà ancora per un decennio.

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Antonio

A partire dal 2013, l’entusiasmo dei colossi della tecnologia verso un’imminente introduzione sulle strade dei veicoli a guida autonoma ha dato l’impressione dell’inizio di una rivoluzione nell’industria dell’automotive che avrebbe stravolto, nel giro di cinque anni, le abitudini di guida e il concetto di mobilità di milioni di persone in tutto il mondo. Già nel maggio 2014, l’allora amministratore delegato di Uber, Travis Kalanick, rincorrendo questo paradigma, dichiarò1 che la società avrebbe presto adeguato l’intera flotta introducendo i taxi senza pilota, senza nasconderne la profonda motivazione: costavano meno degli autisti in carne e ossa. Come uscita non’è granché dal punto di vista della responsabilità sociale d’impresa ma tant’è.

  • Cyber Security

Mark Zuckerberg è tra le persone più pericolose su Internet

Lo incorona Wired, per la sua incapacità di arginare la diffusione delle fake news su Facebook e il suo atteggiamento contraddittorio sull’argomento.

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Riccardo

Wired ha eletto Mark Zuckerberg tra le persone più pericolose su Internet1. Un podio che per l’anno appena passato condivide con altri soggetti niente male, da Trump ai gruppi estremisti di destra attivi sulla rete. Ma quali sono le ragioni dietro a questa decisione?

Facebook è diventato sempre di più, nel corso degli anni, un amplificatore della disinformazione globale. Con la sua capillare estensione (2,2 miliardi di utenti che equivalgono ad un tasso di penetrazione del 28,5% sul totale della popolazione globale di circa 7,8 miliardi), è ormai accertato che il social network viene sfruttato sistematicamente dai governi per sviare l’opinione pubblica. Zuckerberg lo ha sempre saputo ma non è stato in grado di incidere con fermezza adottando una netta risoluzione per arginare il fenomeno. A pensar male, forse non ha nemmeno voluto.

Nell’ottobre 2017 Jonathan Albright rivelò che una serie di post di propaganda2 pubblicati da alcuni account russi avevano ottenuto, a ridosso delle presidenziali americane, qualcosa come 340 milioni di condivisioni. Sono numeri impressionanti che danno il senso dell’ingerenza della Russia nelle consultazioni del 2016, culminate con l’elezione di Donald Trump. Un mese prima, mentre le autorità mettevano sotto la lente di ingrandimento il ruolo opaco avuto dal social network in una delle più controverse elezioni della storia del paese, Facebook ammise di aver trovato l’evidenza di un’operazione partita dalla Russia con lo scopo di diffondere messaggi politici e sociali divisivi. I troll avevano speso 100mila dollari in pubblicità sulla piattaforma per aumentare la visibilità di tali post. Una goccia in mezzo ad un mare di soldi che ha fruttato nel complesso alla creatura di Zuckerberg, 1 miliardo di dollari3: a questa cifra ammonta complessivamente il totale di quanto è stato speso in annunci politici durante l’elezione del 2016 e nessuno saprà mai dire con certezza chi li ha spesi e con quali scopi.

L’incapacità di Zuckerberg di rispondere a questa minaccia e arginare la diffusione delle fake news continuano ad essere fortemente biasimate per gli effetti politici e sociali che esse riverberano. Ciò che traspare è una certa riluttanza nel voler attuare qualsiasi misura che possa mettere a rischio la crescita e il predominio della sua azienda sulla rete. E così la figura di Zuckerberg, prima celebrato come la più grande superstar tecnologica del mondo, si è trasformata in quella di un subdolo rapace4 che ha giurato di schiacciare la concorrenza.

Nonostante Facebook abbia apportato una serie di modifiche agli algoritmi del suo newsfeed (aggiungendo ad esempio alcune segnalazioni sulle affermazioni di Trump secondo cui il risultato della recente elezione di Joe Biden a Presidente degli Stati Uniti è stato truccato) è evidente che questi interventi siano solo blandi palliativi messi in atto solo dopo le elezioni, quando per molti mesi sulla piattaforma sono circolati valanghe di post che hanno seminato dubbi e diffuso false notizie. Inoltre, Facebook si sta rivelando anche come una delle maggiori fonti di disinformazione sul Covid-19 e i relativi vaccini, alimentando discussioni e dubbi che ossessioneranno il mondo per i prossimi mesi.

All’inizio di dicembre, BuzzFeed ha pubblicato un’inchiesta esplosiva5 scaturita dalle dichiarazioni di Sophie Zhang, un’ex dipendente di Facebook che ha messo in luce come il social faccia poco o niente per evitare che i governi inondino la piattaforma con messaggi di propaganda. In un passaggio è citata anche l’Italia:

I’ve found multiple blatant attempts by foreign national governments to abuse our platform on vast scales to mislead their own citizenry, and caused international news on multiple occasions. I have personally made decisions that affected national presidents without oversight, and taken action to enforce against so many prominent politicians globally that I’ve lost count. I have made countless decisions in this vein – from Iraq to Indonesia, from Italy to El Salvador. Individually, the impact was likely small in each case, but the world is a vast place.
Sophie Zhang

Come ricorda Wired, anche altre piattaforme come YouTube e Twitter hanno diffuso e continuano a diffondere sistematicamente disinformazione, ma la portata di Facebook rispetto ai suoi competitor, come l’atteggiamento di Zuckerberg nei confronti del problema la contraddistinguono in modo significativo: «Facebook non diventerà l’arbitro della verità», ha dichiarato6 a voler ribadire che la sua posizione non cambierà le modalità con cui sta gestendo il problema.

Quello di Zuckerberg però sta diventando un pericoloso gioco al rialzo, dove chi ha tutto da perdere è soltanto lui. Gli americani hanno modi molto spiccioli per essere convincenti: se non riescono con le buone, lo fanno con le cattive. All’inizio di dicembre la Federal Trade Commission ha avviato un indagine contro Facebook per violazioni delle norme antitrust. Oltre all’abuso di posizione dominante, l’accusa riguarda le modalità con cui Facebook ha acquisito negli anni scorsi piccoli potenziali rivali, pagando un premio significativamente più alto del loro intrinseco valore al fine di azzerare la concorrenza e creare una monopolio nel settore globale dei social. Si prevede una causa lunga e con possibili riflessi negativi, non solo dal punto di vista dell’immagine. Il sottotesto è palese: la guerra è appena iniziata e Zuckerberg è solo contro tutti.


  1. Wired, The Most Dangerous People on the Internet in 2020. This year saw plenty of destructive hacking and disinformation campaigns—but amid a pandemic and a historic election, the consequences have never been graver. 
  2. Washington Post, Russian propaganda may have been shared hundreds of millions of times, new research says, (2017) 
  3. The Guardian, Facebook says likely Russia-based group paid for political ads during US election. 
  4. Washington Post, Government’s antitrust case against Facebook seeks a villain in Mark Zuckerberg. Antitrust enforcers are casting the billionaire executive, once one of American tech’s darling superstars, as a sneaky and rapacious brawler who vowed to ‘crush’ the competition 
  5. BuzzFeed, A 6,600-word internal memo from a fired Facebook data scientist details how the social network knew leaders of countries around the world were using their site to manipulate voters — and failed to act. 
  6. The Guardian, Two years after admitting under political pressure that Facebook must do more to prevent disinformation campaigns on its platform, founder Mark Zuckerberg told Fox News that the company should step away from regulating online speech. 
  • Trasporti

Droni e droidi: il futuro delle consegne tramite i veicoli autonomi è già iniziato

Nel 2023 l’e-commerce rappresenterà il 20% della quota globale delle vendite al dettaglio e sarà rivoluzionato dall’impiego dei sistemi autonomi per le consegne.

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Sono i cosiddetti Autonomous Delivery Veichles (DAV), veicoli robotizzati autonomi, ed entro il 2030 stravolgeranno i processi di delivery delle catene logistiche legate all’e-commerce, gestendo in autonomia e senza il ricorso dell’intervento umano una mole sempre più significativa di consegne. Sono veicoli terrestri o droidi, come l’R2 di Nuro, il primo servizio commerciale di delivery a guida autonoma ad aver ottenuto il via libera in California, o droni in grado di raggiungere qualsiasi destinazione e che presto affolleranno i cieli delle nostre città.

Già nel 2013 Jeff Bezos aveva svelato il progetto Amazon Prime Air1, il futuro sistema di delivery di Amazon nato con l’obiettivo di garantire consegne entro mezz’ora dall’evasione dell’ordine attraverso l’impiego di una flotta di ottocotteri (i riferimenti li trovate qui) e d’allora aziende tecnologiche, piattaforme di e-commerce ed enti regolatori hanno lavorato a braccetto per accelerare l’introduzione in esercizio di tali tecnologie. Ma Amazon non è interessata solo ai droni ma anche ai loro omologhi terrestri, i droidi che fanno parte della flotta su ruote di Amazon Scout e che dal 2019 stanno operando in alcuni quartieri residenziali di Seattle. Alibaba, gigante cinese dell’ecommerce, investirà 15 miliardi2 nei prossimi cinque anni nell’automazione delle infrastrutture della sua catena logistica che vede nell’introduzione dei veicoli senza pilota un fattore strategico per la propria crescita. UPS, tramite la società controllata UPS Flight Forward, già dal 2019 ha impresso una significativa accelerazione al piano di sviluppo della propria flotta di droni, avviando anche una serie di test operativi3 che prevedono la consegna di medicinali e piccoli beni. Anche Welmart, lo scorso settembre, ha avviato un progetto pilota per le consegne on-demand in collaborazione con Flytrex, startup israeliana che ha iniziato ad operare nel 2015 come partner di AHA il maggiore sito di e-commerce islandese. Perfino Domino’s, il gigante globale della pizza, già dal 2016 sta effettuando una serie di test4 in Australia, Belgio, Francia, Olanda e Giappone per consegnare i suoi ordini attraverso i droni. Nel nostro paese, Poste Italiane ha annunciato a marzo del 2019 un futuro di consegne tramite droni e veicoli autonomi anche se non risultano ancora pubbliche le modalità e tempistiche di attuazione.

«Stiamo lavorando al progetto droni, ma ci sono iniziative anche più interessanti dove la consegna spersonalizzata viene fatta da veicoli senza conducente che parcheggiano sotto casa del destinatario, lo avvisano con un sms, lui scende, apre con un codice un cassetto del mezzo e ritira il pacco.»
Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane.

Alcuni studi5 stimano che, nel 2021, il settore dell’e-commerce registrerà una crescita del 17%, con oltre 2,1 miliardi di persone che acquisteranno beni online, ed entro il 2023 rappresenterà il 20% della quota globale delle vendite al dettaglio. Le consegne in un giorno ed entro le 3 ore dall’ordine saranno i segmenti a più alta crescita e richiesta nel settore del delivery e spingeranno a loro volta l’aumento delle vendite sulle piattaforme on-line, grazie alla contrazione tra i tempi di un ordine e quelli di consegna. Tali performance, con le attuali flotte di corrieri, sarebbero impensabili: andrebbero in contro a costi insostenibili e risulterebbero del tutto impraticabili in talune circostanze come nei casi in cui la distanza tra l’hub di uscita dell’ordine e la sua destinazione risulterebbero difficili da coprire anche solo nella stessa giornata.

L’impiego dei veicoli autonomi, oltre a garantire una maggiore praticità e capillarità nella capacità di delivery, potrebbe ridurre i costi tra l’80% e il 90% rispetto alle attuali modalità con cui avvengono le consegne. Inoltre, avrebbe benefici non trascurabili anche in termini ambientali e di contenimento delle emissioni di CO2.

Come potrete immaginare, questo balzo epocale richiede, oltre alla disponibilità di un’adeguata tecnologia anche un’insieme di norme per garantire corrette modalità operative e rigidi criteri di sicurezza volti a mitigare i potenziali rischi emergenti dovuti all’introduzione in esercizio delle flotte di droni nello spazio aero dei vari paesi. Per questo motivo gli enti regolatori in tutto il mondo sono al lavoro nel definire un quadro normativo in grado di accompagnare nei prossimi anni l’introduzione di tali sistemi nell’operatività quotidiana.

La Federal Aviation Administration americana, in una nota6 pubblicata oggi, ha divulgato un aggiornamento alle linee guida sugli Unmanned Aircraft specificando alcuni requisiti fondamentali. Il più importante riguarda il cosiddetto Remote ID, un codice per l’identificazione univoca dei droni che fornisce informazioni utili alle autorità di sicurezza pubblica sull’origine del veicolo e consente di ridurre la possibilità di interferenze con altri aeromobili, persone o proprietà al livello del suolo (considerate che ad oggi, il regolamento federale dell’aviazione proibisce il volo notturno dei droni senza che l’operatore abbia ottenuto una deroga dalla FAA). La norma entrerà in vigore tra due anni ma entro i prossimi 18 messi, tutti i droni in vendita negli Stati Uniti dovranno ottenere l’ID per poter volare e i proprietari di precedenti dispositivi dovranno dotarsi di un sistema di radiofaro entro 24 mesi.

Sempre a proposito dei droni, in termini più generali, in Italia la normativa è emessa dall’ENAC. In molti ignorano l’esistenza di regole specifiche a cui attenersi per evitare sanzioni e mettere in pericolo la sicurezza pubblica. Riassumo di seguito le più importanti (vigenti alla data di pubblicazione del post): per tutti i droni di massa uguale o maggiore ai 250 grammi, per qualsiasi utilizzo, è necessaria l’autorizzazione da parte di ENAC; è obbligatoria un’assicurazione per qualsiasi tipo di drone per qualsiasi tipo di uso; è sempre necessaria un’autorizzazione anche in caso di sorvolo di aree private in quanto lo spazio aereo è un bene pubblico; è sempre opportuno, prima di qualunque volo, consultare le carte aeronautiche per verificare se nell’area vige un divieto di sorvolo.


  1. The Verge, Delivery drones are coming: Jeff Bezos promises half-hour shipping with Amazon Prime Air, (2013). 
  2. Robotics and Automation, Alibaba is reportedly planning to invest $15 billion over the next five years to build up its global-logistics infrastructure and development of robots sorting and fulfilling merchandise. 
  3. CNet, UPS drone delivers medicine from CVS straight to customers’ homes (2019). 
  4. The Guardian, Company is looking to become first to carry out regular deliveries by drone from late 2016 after conducting trial run in Auckland (2016). 
  5. FutureBridge, Future Outlook of Autonomous Delivery Vehicles. 
  6. Federal Aviation Administration, The U.S. Department of Transportation’s Federal Aviation Administration (FAA) today announced final rules for Unmanned Aircraft (UA), commonly known as drones. 
  • Guida autonoma

Nuro, la startup che inaugura l’era delle consegne con i veicoli a guida autonoma

Fondata da due ex ingegneri di Google, vale oltre 5 miliardi di dollari e i suoi veicoli senza pilota sostituiranno i corrieri umani a partire dal nuovo anno.

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Antonio

Si chiama Nuro ed è il primo servizio commerciale di delivery a guida autonoma ad ottenere il via libera in California1. L’azienda con sede a Mountain View è stata fondata nel 2016 da due ex ingegneri del progetto di auto a guida autonoma di Google, Dave Ferguson e Jiajun Zhun e oggi impiega più di 500 dipendenti. A febbraio 2019, la startup ha ricevuto un finanziamento di 940 milioni di dollari da SoftBank2, che ha valutato la società 2,7 miliardi, e altri 500 milioni in un secondo round a novembre (spinto dall’accelerazione dei servizi e-commerce causata dalla pandemia di Covid-19) che ha portato la sua valutazione agli attuali 5 miliardi.

Le consegne partiranno ufficialmente all’inizio del nuovo anno e per il momento, per ragioni di sicurezza, i veicoli senza pilota potranno viaggiare a non più di 56 chilometri orari, esclusivamente in condizioni di bel tempo. In una nota, il Direttore del Department of Motor Veichles della California ha dichiarato:

«Issuing the first deployment permit is a significant milestone in the evolution of autonomous vehicles in California. We will continue to keep the safety of the motoring public in mind as this technology develops.»
Steve Gordon, DMV Director.

L’amministrazione lavora a questa pietra miliare da quasi un decennio, da quando nel 2012 ha adottato una delle prime leggi negli Stati Uniti sui veicoli autonomi. Per ricevere l’autorizzazione ad esercitare nello stato, gli operatori come Nuro devono soddisfare una serie di requisiti, tra cui un livello di guida autonoma 3, 4 o 5, il rispetto degli standard federali di sicurezza per i veicoli a motore, e dimostrare di aver versato una cauzione da 5 milioni di dollari in caso di incidenti.

Nuro è stata ufficialmente lanciata a gennaio 2018, quando ha presentato3 l’R1 il primo veicolo elettrico a guida autonoma destinato alle consegne commerciali. Il veicolo pesava 680 chilogrammi ed era lungo 1,8 metri. I test della tecnologia di guida autonoma sono iniziati nel 2017 e hanno superato tutte le fasi previste dal quadro normativo in materia che vanno dalle verifiche con conducente fino alla guida in completa autonomia: lo scorso aprile la startup ha ottenuto il permesso di operatore commerciale. Lo sviluppo del modello operativo non è stato semplice e ha dovuto risolvere alcuni problemi contingenti non banali. Nessun corriere umano significa infatti che il cliente deve raggiungere il veicolo quando questo è giunto in prossimità del punto di consegna, autenticarsi con un applicazione e, attraverso un codice,aprire i portelloni per recuperare la propria merce. Tutte questioni che al momento paiono risolte.

Nei prossimi anni Nuro punta ad espandere la propria flotta a 5.000 unità di veicoli autonomi4 per garantire una rete capillare in grado di soddisfare gli iniziali fabbisogni di consegne che vedono tra l’altro privilegiati i prodotti di food and beverage e quelli farmaceutici5. Il nuovo modello, l’R2 ha una capacità di carico fino a 190 chilogrammi ed è stato sviluppato in collaborazione con Roush6, fornitore di componentistica per le automobili con base a Detroit.

Solo per citare qualche numero, secondo un recente studio di Steer Group, entro il 2035 la nascente industria dei veicoli autonomi genererà, solo considerando gli Stati Uniti, una domanda potenziale dei servizi di delivery che richiederà una flotta di 3,1 milioni di unità operative in circolazione e circa 34 milioni di nuovi posti di lavoro nel decennio 2025-2035. Inoltre, si prevedono oltre 1,1 trilioni di dollari di investimenti e un valore economico generato pari a 3,4 trilioni.


  1. Medium, California DMV grants Nuro first ever AV deployment permit. 
  2. Reuters, Driverless delivery startup Nuro gets $940 million SoftBank investment. 
  3. Wired, Nuro’s self-driving R-1 doesn’t drive you—it drives your stuff. 
  4. Robotic Business Review, Nuro AI’s autonomous driving exemptions an important milestone for driverless delivery. 
  5. CSVHealth, Nuro to securely deliver CVS Pharmacy prescriptions with autonomous vehicles. 
  6. The Robot Report, Nuro R2 autonomous delivery vehicle gets green light. 
  • Antitrust

Alibaba nel mirino dell’Antitrust cinese per sospette pratiche monopolistiche

Le ragioni politiche di Pechino, principale fautore dell’ascesa del gigante dell’e-commerce che ora vuole ridimensionare.

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Le autorità antitrust cinesi hanno avviato un’indagine su Alibaba, la più grande azienda tecnologica del paese (118 mila dipendenti e circa 72 miliardi di dollari di ricavi annui), per sospette pratiche monopolistiche. Secondo quanto riporta il Financial Times1, l’azione è una delle prime del suo genere e rientra in un piano di misure più ampie, voluto dal governo di Pechino, volto a reprimere le pratiche anticoncorrenziali dei colossi di Internet.

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2020$ 71,928,2%
201956,140,7%
201839,873,5%
Ricavi annui di Alibaba nel periodo 2018-2020. Valori in miliardi di dollari.

Riporto qualche dato riferito alla trimestrale del 30 settembre 2020, in cui il gruppo guidato da Ma ha registrato ricavi pari a 22.8 miliardi di dollari con un aumento del 30% su base annua. Il numero dei clienti annuali attivi sul mercato cinese ha raggiunto gli 881 milioni con un incremento di 12 milioni rispetto a al 30 giugno.

L’amministrazione statale, in una stringata dichiarazione, ha precisato che l’inchiesta è stata avviata sulla base di alcune denunce, senza fornire ulteriori dettagli. Le azioni di Alibaba quotate nella borsa di Hong Kong hanno perso oltre l’8% nelle prime contrattazioni. L’indagine arriva a più di un mese di distanza dalla brusca sospensione2, da parte dell’Autorità di regolamentazione cinese, dell’offerta pubblica di vendita sulla borsa di Shangai delle azioni di Ant, società fintech controllata da Alibaba. Lo stop è avvenuto a meno di 48 ore dall’avvio delle contrattazioni dell’operazione che sarebbe stata celebrata come il più significativo evento finanziario dell’anno. L’IPO avrebbe fruttato 37 miliardi di dollari e spinto la capitalizzazione di mercato della società a 360 miliardi, per rendere l’idea, superiore a quella di Bank of America (305,8 miliardi) e di Citigroup (166,4), Morgan Stanley (87,7) e Goldman Sachs (84,3) messe insieme.

Il motivo? Questioni importanti, secondo quanto trapelato. Non una parola di più.

Va ricordato che negli ultimi due decenni, il governo cinese ha garantito un ampio grado di discrezionalità ai giganti tecnologici del paese, tra cui Alibaba e la sua principale rivale, Tencent, lasciandoli liberi di crescere, senza imporre loro alcun genere di restrizione o controllo. Con il pretesto di salvaguardare la sicurezza nazionale, inoltre, i leader cinesi hanno attuato una sistematica attività di censura per limitare la penetrazione nel mercato interno dei colossi tecnologici stranieri, primi tra tutti quelli degli Stati Uniti, favorendo in tal modo l’ascesa di Alibaba nel settore dell’e-commerce. Jack Ma, è solo il più noto di una serie di imprenditori che hanno prosperato grazie all’atteggiamento lassista di Pechino verso lo sviluppo dei servizi commerciali di Internet, quindi viene da domandarsi: a cosa è dovuto questo repentino cambio di rotta?

La risposta non è del tutto scontata. Partiamo da un dato di fatto e cioè che nella cultura cinese gli individui con ingenti capitali economici e finanziari, in grado di esercitare una certa influenza sociale al di fuori del Partito Comunista, sono considerati potenzialmente pericolosi. La teoria secondo la quale Xi Jinping, leader della nazione, potesse essere intenzionato a muoversi contro Ma, preoccupato dell’affronto che la sua influenza internazionale arrecasse al Partito, circola da anni ma è stata sempre liquidata come mero pettegolezzo. Almeno fino a novembre scorso, quando in un discorso tenuto a Shangai, Jack Ma ha duramente criticato il sistema bancario3 cinese, colpevole di favorire ingenti crediti verso i grandi mutuatari emarginando le piccole imprese con il solo scopo di generare maggiori interessi e, in ultima istanza, a rendere più pesanti i bilanci degli istituti di credito.

Prendersela col sistema bancario però significa accusare direttamente il Partito a cui le stesse banche fanno capo. Pare che gli altri esponenti, come prima ritorsione a quell’uscita sgradita, avrebbe imposto la sospensione dello sbarco in borsa di Ant a cui accennavo poco sopra. L’indagine su Alibaba sarebbe solo un ulteriore tassello di questa faida.

Inoltre, nel 2016 Ma ha acquistato4 il South Cina Morning Post, uno dei maggiori quotidiani di Hong Kong pubblicato in lingua inglese che non si è mai risparmiato dure critiche nei confronti del governo cinese durante il periodo delle proteste anti-Pechino del 2019. Le simpatie tra i due quindi sono tutt’altro che reciproche.

C’è però anche da dire che negli ultimi due decenni le grandi aziende cinesi di e-commerce come Alibaba hanno esercitato sui commercianti forti pressioni per costringerli a vendere sulle loro piattaforme o, in alternativa, a destinarli all’irrilevanza. Un comportamento in linea di principio scorretto che ha convogliato su queste piattaforme la quasi totalità delle vendite online, penalizzando le piccole imprese di e-commerce.

Alla fine di questa storia non ci saranno accordi o proposte di pace. Pechino ha contribuito ad alimentare il successo di Alibaba e ora che si sente tradita dal loro uomo di maggior successo deciderà da sola cosa farne.


  1. Financial Times, Beijing launches antitrust investigation into Alibaba. Probe into China’s biggest tech group is one of the first of its kind for country’s internet sector. 
  2. Bloomberg Jack Ma’s blunt words just cost him $35 billion. China just showed the billionaire who’s boss in derailing fintech giant Ant Group’s monster IPO. Regulators might do better to heed his words instead. 
  3. New York Times, Jack Ma and other entrepreneurs prospered under Beijing’s laissez-faire attitude toward the business side of the internet. The dynamic is shifting as the companies have grown in power. 
  4. South China Morning Post, Alibaba’s Jack Ma reveals why he bought the South China Morning Post and what he wants to do with it. 
  • Processori

Apple M1: come stravolgerà il mercato dei processori

Apple sta già lavorando alla seconda generazione del processore M1 che dovrebbero sbarcare sul mercato nella primavera 2021.

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Secondo quanto è trapelato in giornata su Bloomberg, Apple sta lavorando a pieno regime sul successore del chip proprietario M1 che ha debuttato a novembre sui MacBook Pro, MacBook Air e sui Mac mini. La prossima generazione di processori sarà talmente potente da superare in modo significativo e non marginale i chip Intel più performanti.

Pare che la notizia provenga direttamente dalle retrovie della società, le fonti non vengono nominate perché il progetto non è ancora di pubblico dominio, tuttavia l’effetto si è fatto sentire in borsa dove le azioni Apple sono cresciute del 1,3% mentre quelle di Intel sono scivolate del 2,9%: si stima che Intel ricavi 3,4 miliardi di dollari l’anno per la vendita dei suoi chip ad Apple. Il rilascio dei nuovi chip è previsto già in primavera probabilmente sugli iMac e i MacBook Pro di fascia più alta (si parla di un rinnovo del 16” e dell’introduzione di un 14”) e in una seconda fase in autunno, mentre per la completa transizione si dovrà attendere il 2022.

Il passaggio ai processori della serie M è stato accolto favorevolmente sia dagli utenti che dalla stampa di settore. L’M1 sul MacBook Air raggiunge prestazioni talmente performanti da fare impallidire i MacBook Pro della precedente generazione ad un costo sensibilmente più contenuto.

«The new Air is particularly exiting. While it offers the same powerful M1 SoC as the Pro model, it is quiet with its fanless cooling, and costs significantly less.»
NotebookCheck

Il processore M1 funziona con otto CPU core: quattro impegnate nelle performance di pura potenza di calcolo, altre quattro invece sono dei power savers che teoricamente consumano un decimo dell’energia di cui necessitano le CPU core. macOS decide autonomamente quali core utilizzare per ottimizzare le prestazioni complessive del sistema, attraverso un processo chiamato asymmetric multiprocessing1 che consente una maggiore potenza e durata della batteria dei dispositivi.

Al momento, in questa fase di transizione, lo svantaggio principale del chip M1 consiste nel fatto che utilizza un’architettura e un set di istruzioni diverso da quello dell’omologo Intel o AMD e non sarà pertanto in grado di eseguire le applicazioni x86 senza emularle2. Le maggiori software house stanno già lavorando ai necessari aggiornamenti per non rinunciare a un mercato, quello dei Mac, che negli anni ha raccolto un bacino sempre maggiore di utenti. Adobe sta lavorando al porting della propria suite software e Microsoft ha annunciato una nuova versione di Office da far girare in modo nativo sulle macchine M1.

Infine, sempre secondo Bloomberg, tra il 2021 e il 2022, Apple prevede di lanciare sul mercato aggiornamenti alla GPU destinati al settore di fascia alta, con 64 e 128 core dedicati e diverse volte più potenti degli attuali moduli grafici di Nvidia e AMD oggi utilizzati nell’hardware Intel e AMD. L’obiettivo di Apple è quello di sganciarsi completamente dai fornitori della componentistica elettronica, dettare in autonomia la propria agenda evolutiva e stravolgere una volta per tutte un mercato che spesso, per favorire i risultati economico-finanziari di lungo periodo dei vendors, introduce in un orizzonte temporale di non meno di cinque anni poche modifiche incrementali.

Da quanto si è visto già con questo primo processore M1, Apple ha compiuto un balzo in avanti lasciando al palo i vecchio competitor: e chissà se questi riusciranno a stargli dietro.


  1. Wikipedia, An asymmetric multiprocessing (AMP or ASMP) system is a multiprocessor computer system where not all of the multiple interconnected central processing units (CPUs) are treated equally. 
  2. Tom’s Hardware, Apple M1 chip: specs, performance, everything we know. 
  • AI

Google licenzia Timnit Gebru, co-leader del team Ethical AI

Motivo dell’estromissione, il contenuto di un’email inviata un gruppo interno nella quale criticava l’impegno di facciata di Google nei programmi di diversità.

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Dalle parti di Google pare l’abbiano fatta grossa. Un paio di giorni fa sulle pagine di The Platformer1 è deflagrata la bomba del licenziamento di Timnit Gebru, co-leader tecnico del team di Ethical Artificial Intelligence dell’azienda.

Il motivo dell’estromissione, come ha chiarito la stessa Gebru su Twitter, riguarderebbe un’email inviata dalla scienziata a un gruppo interno nella quale criticava l’impegno solo di facciata di Google nei programmi di diversità. La Gebru stava lavorando a un a ricerca2 che ha incontrato resistenza da parte dei suoi superiori e così ha inviato un’email critica in cui esprimeva la sua frustrazione alla lista interna Google Brain Woman and Allies. Il risultato però è stato un boomerang. Secondo quanto riporta il Guardian:

“There is zero accountability” or real incentive for Google leadership to change. “Your life gets worse when you start advocating for underrepresented people, you start making the other leaders upset,” Gebru wrote. “There is no way more documents or more conversations will achieve anything.”

Raccontata così è evidente che quando inizi a sostenere persone sottorappresentate finisci inevitabilmente nel mirino di quelli che vogliono mantenere le cose come stanno. In fin dei conti è una circostanza che accade in qualsiasi contesto, anche negli ambienti evoluti come quello di Google, dipinto dall’imperante retorica dello storytelling come attento alle proprie persone e alle tematiche più spinose che le riguardano. Macché.

Gebru è una delle più conosciute e rispettate scienziate di colore che lavorano nel settore dell’intelligenza artificiale. Prima di entrare a far parte di Google, è stata coautore di un articolo del 2018, ampiamente citato dai media, nel quale evidenziava i significativi tassi di errore della tecnologia di analisi facciale quando si trova ad analizzare i volti di donne con i toni della pelle più scuri. È anche co-fondatrice del progetto non-profit Black in AI che mira ad aumentare la rappresentanza delle persone di colore nel campo dell’intelligenza artificiale.

Don’t be evil, sbandieravano fieramente.
Sì, certo. Come no.

Sullo stesso argomento

BBC, Bloomberg, Business Insider, CNBC, CNN, Fortune, Medium, NBC News, New York Times, NPR, OneZero , Protocol, The Economic Times e Vox


  1. Il testo completo dell’email è consultabile sul sito di The Platform. 
  2. MIT Technology Review, We read the paper that forced Timnit Gebru out of Google. Here’s what it says. 
  • Social Network

Facebook sotto la lente dell’antitrust

La Federal Trade Commission starebbe indagando su Facebook per possibili violazioni alle norme sull’antitrust.

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Secondo quanto riporta Reuters un gruppo di una quarantina di stati americani, guidati da New York, starebbe indagando su Facebook per possibili violazioni alle norme sull’antitrust, con l’obiettivo di avviare una causa nei confronti del social network entro la fine di quest’anno. I commissari della Federal Trade Commission hanno fatto un primo punto sulla questione mercoledì, e si suppone che a breve la relativa denuncia venga presentata presso la corte distrettuale.

Oltre all’abuso di posizione dominante, l’accusa riguarda le modalità con cui Facebook ha acquisito negli anni scorsi piccoli potenziali rivali, pagando un premio significativamente più alto del loro intrinseco valore al fine di azzerare la concorrenza e creare una monopolio nel settore globale dei social. Tra le acquisizioni più importanti di Facebook figurano:

acquisizioneannopremio
Instagram20121 miliardo
WhatsApp201419 miliardi
Oculus20142 miliardi
CTRL-Labs20191 miliardo
Principali acquisizioni di Facebook. Premio in dollari.

Inoltre, dal 2007 ad oggi, il social network ha acquisito oltre 82 aziende tra cui inoltre Parakey, FriendFeed (social che andava per la maggiore nei primi anni del 2000 acquisito per una cifra tra i 15 e i 33 milioni), Friendster, Hot Potato, Beluga (servizio di messaging antesignano di Messenger) e Ascenta.

Most of Facebook’s acquisitions have primarily been “talent acquisitions” and acquired products are often shut-down. Facebook CEO Mark Zuckerberg has stated in 2010 that “We have not once bought a company for the company. We buy companies to get excellent people… In order to have a really entrepreneurial culture one of the key things is to make sure we’re recruiting the best people.
Wikipedia

In un’audizione davanti al Congresso dello scorso novembre Mark Zuckerberg ha sostenuto che l’azienda non opera in regime di monopolio1 (…evito ogni commento in proposito…) ma che ha una serie di concorrenti tra cui altri giganti della tecnologia come Twitter, Google, Amazon e ha difeso le acquisizioni affermando la piattaforma ha aiutato piccole aziende destinate all’irrilevanza a espandersi a consolidare il proprio business.

Se la denuncia venisse presentata entro la fine dell’anno sarebbe la seconda causa intentata nel 2020 contro una società big tech. Ad ottobre il Dipartimento di Giustizia ha citato in giudizio Google con l’accusa di monopolio illegale e abuso di posizione dominante nel settore della ricerca e della pubblicità legata alla ricerca online.

Già nel 2019 il Dipartimento di Giustizia e la Federal Trade Commission hanno iniziato a mettere sotto la lente d’ingrandimento dell’antitrust anche Amazon e Apple per condotte scorrette. A luglio dello stesso anno, anche la Commissione Europea ha aperto un’investigazione su Amazon riguardo all’uso illecito di dati sensibili da parte dei venditori sul proprio marketplace in violazione delle regole della competitività europee.


  1. The Observer, Zuckerberg to Congress: Facebook isn’t a monopoly, cares about disinformation. 
  • TikToc

Pechino contro l’acquisto di TikToc da parte degli americani

Il governo di Pechino starebbe esercitando forti pressioni su ByteDance, la società proprietaria della popolare piattaforma di video sharing, per spingerla a chiudere definitivamente le operazioni negli Stati Uniti piuttosto che concludere un accordo di vendita con gli americani.

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Piuttosto che assistere alla capitolazione di TikTok in mano americana, il governo di Pechino starebbe esercitando forti pressioni su ByteDance, la società proprietaria della popolare piattaforma di video sharing, per spingerla a chiudere definitivamente le operazioni negli Stati Uniti piuttosto che concludere un accordo di vendita con gli americani.

È quanto riporta Reuters citando fonti anonime di altissimo profilo. Da alcune settimane, ByteDance è in trattativa per vendere l’attività di TikTok negli Stati Uniti a potenziali acquirenti tra cui Microsoft e Oracle, dopo l’ordine esecutivo del presidente Donald Trump di inizio agosto che ha imposto un divieto su TikTok e WeChat, ritenute pericolose per la sicurezza nazionale.

Secondo gli americani tutti i dati degli utenti che passano attraverso le due piattaforme sarebbero condivisi con il governo di Pechino rendendole di fatto dei sistemi per lo spionaggio di massa grazie alla loro altissima diffusione soprattutto tra le fasce di età dei giovanissimi.

Negli Stati Uniti, TikTok ha circa 100 milioni di utenti attivi mensili e 50 milioni di utenti attivi giornalieri. La crescita più significativa si è registrata tra ottobre 2019 e giugno 2020, quando gli utenti sono cresciuti passando da 39,8 a 91 milioni. L’applicazione ha registrato a livello globale più di 2 miliardi di download1.

annomeseMAUs
2018gennaio11,2
2019febbraio26,7
2019ottobre39,8
2020giugno91,9
2020agosto100,0
Crescita dei Montly Active Users (MAUs) di TikTok negli Stati Uniti.

I funzionari cinesi ritengono che una vendita forzata farebbe apparire agli occhi del mondo tutta la debolezza della Cina di fronte alle pressioni di Washington, il che causerebbe un danno di immagine di portata inaccettabile per il paese. Il Council Information Office Cinese non ha fornito commenti alle richieste di chiarimenti provenute dall’agenzia di stampa Reuters, mentre ByteDance ha negato che il governo cinese abbia mai suggerito un’opzione di questo tipo.

ByteDance, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di abbandonare le proprie ambizioni di affermarsi come potenza tecnologica globale e pur di riuscirci, sarebbe perfino disposta ad accomodare le richieste degli americani, cedendo il suo prodotto di punta. Tuttavia è costretta a fare i conti con la situazione avversa che si sta creando in patria: al fondatore, Zhang Yiming, è stata affibbiata l’etichetta di traditore. Sembrerebbe una reazione spontanea degli utenti dell’internet cinese di fronte all’eventualità della vendita di TikTok agli americani ma non sarebbe del tutto improbabile l’ipotesi che la macchina della propaganda si sia attivata per metterlo in cattiva luce e per esercitare su di lui ulteriori pressioni allo scopo di far saltare ogni possibile accordo.


  1. CNBC, TikTok reveals detailed user numbers for the first time. TikTok has about 100 million monthly active U.S. users, up nearly 800% percent from Jan. 2018.