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Il ruolo dei social network negli scontri di Washington

Facebook, Twitter YouTube hanno bloccato gli account di Trump dopo alcuni messaggi che hanno fomentato le violenze di Washington: ma non possono sottrarsi dalle loro colpe.

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Facebook, Twitter e YouTube hanno bloccato i rispettivi account di Donald Trump dopo alcuni messaggi pubblicati dal presidente uscente che hanno contribuito ad alimentare le violenze1 infiammate ieri nella capitale Washington, causando la morte di quattro persone2. Alcune ore dopo l’incursione dei sostenitori di Trump dentro al Campidoglio, il Congresso ha confermato3 la vittoria di Joe Biden ma la situazione resta ancora tesa. Il sindaco della città ha emanato un’ordine che proroga lo stato di emergenza per i prossimi 15 giorni, nel timore che gli estremisti possano tornare a scatenare il caos nei prossimi giorni.

Ad emerge, però, è un fattore non meno inquietante dei disordini scoppiati nel paese, che riguarda la smisurata influenza politica e sociale che esercitano i social network al di sopra di qualunque giurisdizione. Da quando Donal Trump è stato eletto, tutte le piattaforme sociali che oggi si ergono a difensori della libertà, bloccando i suoi profili e filtrando arbitrariamente le informazioni, hanno fatto poco e niente per arginare la diffusione degli account che sistematicamente hanno alimentato le più stravaganti teorie della cospirazione e le fake news. Mark Zuckerberg lo ha ripetuto chiaro e tondo in più di un’occasione: «Facebook non diventerà l’arbitro della verità», almeno finché non gli convenga.

Qual è il punto? In questi anni il partito repubblicano e le varie organizzazioni pro Trump. che oggi vengono dipinti come un pericolo per la democrazia (certamente lo sono), hanno speso fiumi di denaro per comprare pubblicità sulle piattaforme online al fine di aumentare la diffusione dei messaggi di odio e delle teorie sulla cospirazione, ingrossando i bilanci dei colossi tecnologici. Per rendersi conto della portata del fenomeno, solo nel periodo della campagna presidenziale del 2016, sui social sono stati spesi in annunci politi bipartisan qualcosa come 1 miliardo di dollari. Solo la pagina di Trump, nel periodo tra maggio 2018 e gennaio 2021 ha speso 113,3 milioni di dollari. È circolato di tutto senza di fatto alcun controllo: nessuno se n’è preoccupato, da Zuckerberg a Dorsey, perché i flussi di cassa avevano la precedenza su qualsiasi tipo di valutazione del rischio che quei messaggi avrebbero avuto sulla tenuta democratica del paese. Oggi siamo messi così, con il Campidoglio a ferro e fuoco.

Lungi da me dallo scaricare Trump dalle sue responsabilità per l’irresponsabile tenore di certe sue uscite che hanno alimentato le braci del malcontento americano finendo con l’innescare i disordini in corso. Però attenzione, le colpe non sono solo sue. Hanno tutti giocato una partita di convenienza, anche coloro che oggi, per altrettanta convenienza (considerando il cambio di presidenza in atto), si affrettano a demolire le ultime macerie della sua discutibile esperienza politica, defenestrandolo da tutte le piattaforme ma senza assumersi un briciolo di responsabilità per il caos che hanno contribuito ad alimentare a suon di miliardi di dollari finiti nelle loro casse.

Ma il problema non è solo circoscritto agli Stati Uniti. Con la loro diffusione globale i social network, Facebook il primo fra tutti, stanno mettendo a rischio anche la tenuta delle altre democrazie, attraverso le stesse dinamiche con cui hanno agito in patria: montagne di denaro in cambio di visibilità dei contenuti di propaganda politica, di notizie false e di odio senza che ci sia la reale intenzione, se non meramente di facciata, di arginare questo fenomeno. Anche l’Italia è presa di mira da un flusso sistematico di informazioni false, pericoloso e senza controllo che spazia dai temi politici fino a quelli scientifici, come nel caso delle teorie sui vaccini: a rivelarlo è una recente inchiesta esplosiva di BuzzFeed4 dello scorso dicembre.

Trump è solo uno dei tanti prodotti di questo contesto, il più evidente in virtù della visibilità mediatica che il suo ruolo politico impone, quasi comico, a tratti grottesco, nelle sue imbarazzanti esternazioni, ma resta pur sempre un soggetto unico, arrivato (per fortuna) alla fine di un mandato che starà agli storici giudicare. Quello che dovrebbe preoccuparci sono le altre milioni di persone dietro di lui, fermamente convinte della verità di certe assurdità, avvilite da anni di difficoltà economiche innescate dalla crisi finanziaria del 2008 e ravvivate dal dilagare della pandemia, che trovano nei social network un facile sfogo a tutte le loro frustrazioni e delusioni, fino a degenerare in movimenti di destabilizzazione dell’ordine democratico costituito. Da queste frange dovremmo guardarci, senza contare il fatto che dovremmo sforzarci di ricalibrare la portata dell’influenza dei social sulle nostre vite, prima che quello a cui abbiamo assistito ieri, non diventi l’inizio di una stagione tragica dagli esiti imprevedibili e dai riverberi ben oltre i confini degli Stati Uniti.


  1. The New York Times, Today’s rampage at the Capitol, as it happened. 
  2. CNBC, Four dead after pro-Trump rioters storm Capitol in violent attempt to stop confirmation of Biden’s win. 
  3. Washington Post, Congress affirms Biden’s presidential win following riot at U.S. Capitol. 
  4. BuzzFeed, A 6,600-word internal memo from a fired Facebook data scientist details how the social network knew leaders of countries around the world were using their site to manipulate voters — and failed to act. 

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