I dubbi sul progetto Neuralink

La scorsa settimana Elon Musk ha presentato una prima versione dell’impianto cerebrale Neuralink innestato su alcuni maiali. Il dispositivo promette di scavare nella natura della coscienza umana, curare la cecità, le paralisi, riprodurre musica direttamente dentro il cervello umano, suscitare emozioni, aiutare le persone affette dalla sindrome dello spettro autistico e dalla schizofrenia e molto altro.

L’idea di unire il cervello umano alle potenzialità di una macchina non è niente di nuovo, non solo dal punto di vista della narrazione fantascientifica, ma anche in ambito delle neuroscienze. Le interfacce cervello-macchina, cosiddette BMI (Brain Machine Interfaces), sono dispositivi in grado di trasformare l’attività Elettrica neuronale in comandi capaci di controllare software o hardware esterni all’uomo, sono state proposte per la prima volta negli anni Settanta1 e nel corso dei decenni la loro evoluzione è stata significativa anche se hanno presentato limitazioni significative rispetto alle ambizioni del progetto Neuralink.

Secondo questo articolo del MIT Technology Review, probabilmente nessuno dei traguardi illustrati da Musk è a portata di mano, alcuni sarebbero addirittura improbabili se non irraggiungibili.

In un articolo di qualche mese fa sul Financial Times, la psicologa cognitiva Susan Schneider argomenta come il fondere la mente umana con l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un suicidio per l’umanità. Non è la sola voce contraria all’idea il cui impianto prevederebbe, nella fase iniziale di adozione della tecnologia, un delicato intervento dal costo di alcune decine di migliaia di dollari.

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  1. A prime on Artificial Intelligence, 1975, A survey of literature on recent advances in the field of artificial intelligence provides a comprehensive introduction to this field for the non-technical reader.